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Luciano Orlandi: l’italiano “green” che vuole bene all’Africa


Quasi 900mila ettari di aree coltivabili, un posto di lavoro fisso per circa 600 persone che diverranno 150mila quando la produzione entrerà a pieno regime tra Senegal, Guinea, Etiopia e Kenya. E poi ancora pozzi d’acqua potabile, scuole, case, presidi sanitari, ospedali. E un futuro in cui credere. Basterebbe questo per fare di Luciano Orlandi, classe 1946, il nuovo Enrico Mattei. Uomo attaccato ai valori di una volta, si direbbe: quelli del lavoro, ma anche del futuro. Perché, per usare una frase del fondatore dell’Eni, «mio padre diceva che è brutto essere poveri, perché non si può studiare, e senza studiare non si può fare strada». Come Mattei, anche Orlandi -originario di Turbigo (Novara)- s’interessa di energia. Energia pulita, quella prodotta con l’olio vegetale. Ma ancora più etica. Perché lui, quando ha scoperto «per caso» che in Africa spuntava autoctona la jatropha, una pianta non commestibile dall’uomo, ha aguzzato l’ingegno: produrre biocarburanti aiutando i paesi più poveri e rispettando la direttiva della Fao “no food for fuel”, ossia nessuna coltura alimentare per produrre energia. La storia di Orlandi inizia nei primi anni ‘80. S’interessa all’emergente settore delle energie rinnovabili. Fonda, assieme alla Jenbacher (oggi del gruppo General Electric), una società che produce impianti di cogenerazione e si mette a realizzarli un po’ in tutta Italia. Poi, la società viene venduta alla Asea Brown Boveri, più nota come ABB. Poi l’esperienza politica lo assorbe totalmente. Nel 1992/1993, sotto il mantello delle inchieste di Tangentopoli ci finisce anche lui, all’epoca sindaco di Galliate (Novara). Ne esce assolto con formula piena (perché il fatto non sussiste), ma preferisce ritirarsi a vita privata. Poi, nel 1999, proprio non ce la fa a stare con le mani in mano: «Sono fatto così.. Non ci riesco a non fare nulla. Anche se ne avevo le possibilità». Uomo dell’energia, uomo di energia. Alla fine degli anni ‘90 fonda la Nuove Iniziative Industriali, con sede a Galliate e inizia a produrre energia idroelettrica. La svolta arriva nel 2005 quando si reca in Senegal assieme a una delegazione del Comune di Galliate. Il piccolo Comune piemontese, infatti, nell’ambito di un progetto di cooperazione internazionale aveva donato circa 400mila euro per una serie di interventi. Tra questi fondi, 25mila furono donati da Orlandi per la realizzazione di un pozzo d’acqua. «Quando siamo arrivati abbiamo visto che alcuni mezzi che erano stati donati erano completamente inutilizzati. Chiedemmo il perché.. Ci risposero che non potevano usarli in quanto da loro la benzina e il gasolio costano uno stipendio mensile di un lavoratore». Da qui la domanda: a cosa serve dare una mano a qualcuno se poi non si hanno gli strumenti perché questa mano funzioni? Orlandi nota che nonostante il caldo e la siccità, una pianticella cresce rigogliosa. È la jatropha, un arbusto perenne che necessita di pochissimi litri d’acqua ad ettaro per poter crescere. Non è commestibile e, dunque, in Senegal nessuno si sogna di coltivarla. Ma il biocombustibile sta facendo passi da gigante. Orlandi prima vola in India, a Jaipur, dove all’università studia nel dettaglio le proprietà di questa pianticella. Poi apre canali preferenziali con le istituzioni senegalesi, parla con le comunità, si reca nei villaggi. Spiega e illustra il progetto: coltivare jatropha, aiutare le popolazioni. Nel 2006, l’idea si è concretizzata e in Senegal iniziano a essere seminati i primi 100mila ettari di coltivazioni. Intanto il mercato si allarga. E, assieme ad alcuni soci, la Nuove Iniziative Industriali acquisisce terreni anche in Guinea, Etiopia, Kenya. «Oggi abbiamo circa 900mila ettari di terreni coltivati. Non siamo ancora a regime, ma ci arriveremo tra tre/quattro anni. Oggi lavorano nelle piantagioni circa 600 persone che, tra tre anni, quando si passerà anche alla spremitura dei semi, diventeranno circa 150mila». Già, perché il nuovo Enrico Mattei non si è accaparrato dei terreni e basta. Gli altri lo fanno, i cinesi, i giapponesi. Lui no. Ha messo in campo quelli che si chiamano “progetti di compensazione”. Non solo strutture essenziali per una vita meno difficile (acqua potabile, pozzi, case, ospedali), ma anche professionalità: «Tra i filari della jatropha insegniamo ai contadini locali come si piantano le patate e il mais. Le patate del Senegal sono gustosissime». E poi competenze agrarie e industriali perché il processo di produzione porterà alla realizzazione anche degli impianti di spremitura (oggi avviene in Italia) in modo da avere il totale processo di produzione dell’olio combustibile in loco. Intanto, però, dall’olio prodotto dalle piante dell’Africa si generano elettricità e calore per aziende del calibro di Cerruti, Ermenegildo Zegna, per le cliniche del gruppo San Rossore di Pisa, per gli stabilimenti della Sinterama, leader mondiale del filato sintetico. E tutto grazie a una pianta. E ad un uomo. 29 / 01 / 2011


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