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NOE: OPERAZIONE GOLDEN RUBBISH COINVOLTE 61 PERSONE E 20 AZIENDE IN UN INGENTE TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI SPECIALI

L’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Grosseto e condotta dal Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente (C.C.T.A.), ha fermato un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali, anche pericolosi, costituita in Toscana ed avente diramazioni in Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino - Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Campania, Lazio, Abruzzo e Sardegna. L’indagine, originata da uno stralcio della Procura della Repubblica di Napoli concernente la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito contaminato di Bagnoli, si è sviluppata in Toscana, individuata quale destinazione finale dei rifiuti. Dalle attività investigative svolte dal N.O.E. di Grosseto (in collaborazione con altri Nuclei del centro e nord Italia) è emerso come la struttura organizzativa era imperniata sul ruolo di una società di intermediazione maremmana, proprietaria anche di un impianto di trattamento, la quale, avvalendosi di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava e gestiva i flussi dei rifiuti; ciò avveniva attraverso una sistematica falsificazione di certificati di analisi, formulari di identificazione e registri di carico e scarico al fine dell’attribuzione di codici di rifiuto non corretti, così da poter essere dirottati soprattutto in siti di destinazione finale compiacenti ubicati in Toscana, Trentino - Alto Adige ed Emilia Romagna. Tali condotte illecite emergevano in diversi filoni investigativi, tra i quali spicca quello relativo all’esplosione seguita da incendio all’interno di un impianto di Scarlino (GR), autorizzato per il trattamento di rifiuti non pericolosi, che provocava una cosiddetta morte bianca, con il decesso di un operaio ed il ferimento di un altro. La società toscana nel proprio impianto gestiva illecitamente anche rifiuti pericolosi, tra i quali grossi quantitativi di bombolette spray contenenti gas propano liquido altamente infiammabile prodotti da un’importante multinazionale operante nel settore dei cosmetici e provenienti da un magazzino lombardo, privi di alcuna analisi preventiva o caratterizzazione, riportanti codici per rifiuti non pericolosi, manifestamente irregolari. Il giorno della tragedia, la triturazione non corretta di circa 100 tonnellate di tali bombolette provocava la fuoriuscita dei gas contenuti all’interno delle stesse, producendo una miscela esplosiva pericolosissima che causava la forte deflagrazione. La portata del disastro emergeva anche dal fatto che i Vigili del Fuoco, per domare le fiamme e bonificare l’intera area, avevano impiegato quasi una settimana di lavoro. Sull’esplosione le ipotesi investigative del N.O.E. sopra descritte avevano trovato pieno riscontro con gli accertamenti tecnici svolti dal N.I.A. dei Vigili del Fuoco di Roma, Nucleo competente ad analizzare tali tipologie di eventi. L’impianto di trattamento di Scarlino veniva inoltre utilizzato per smaltire illecitamente rifiuti pericolosi, costituiti principalmente da terre e rocce provenienti dalle bonifiche di distributori di carburante. Emergeva soprattutto che, senza che fosse effettuata alcuna operazione di carico e scarico dei rifiuti e di conseguenza senza l’effettuazione di operazioni di trattamento o di inertizzazione, anche in questo caso cambiando solamente i dati dei formulari di identificazione dei rifiuti (cosiddetto “giro bolla”) ed utilizzando false certificazioni analitiche, lo smaltimento di rifiuti pericolosi avveniva in discariche per rifiuti non pericolosi, permettendo l’abbattimento dei costi di gestione e, in parte, l’elusione dell’ecotassa. Altro filone investigativo è quello concernente una nota industria metallurgica di Ravenna, la quale aveva la necessità di smaltire un cumulo di quasi 100.000 metri cubi di rifiuti, abbancati in un’area interna allo stabilimento, ubicato in un’area industriale già adibita a polo petrolchimico. Il cumulo di rifiuti in questione risultava essere originato da lavori di sbancamento effettuati nel corso di vari anni e contaminato da mercurio, idrocarburi e da altri inquinanti, provenienti dalle pregresse attività svolte in loco. La società di intermediazione si aggiudicava l’appalto per la gestione dei rifiuti ed effettuava il loro smaltimento in modo illecito, attraverso la predisposizione di falsi certificati di analisi redatti da un laboratorio di pertinenza del produttore del rifiuto, destinandoli in siti non idonei a riceverli, con conseguente notevole risparmio sui costi di smaltimento. Analoga situazione veniva accertata a Trieste, dove veniva svolta l’intermediazione e l’individuazione di siti di smaltimento dei rifiuti provenienti dallo stabilimento di un’industria siderurgica, classificato quale sito di bonifica di interesse nazionale. I rifiuti venivano solo parzialmente smaltiti in discariche, classificandoli sempre con codici non pericolosi, mentre la maggior parte venivano stoccati all’interno dello stabilimento, realizzando vere e proprie discariche abusive. Inoltre, gli stessi venivano miscelati tra di loro al fine di abbassarne i parametri di pericolosità e, attraverso campionamenti non rappresentativi e la compiacenza di intermediari e di siti di smaltimento, venivano inviati ad impianti non idonei a riceverli, sempre con lo scopo di risparmiare notevolmente sui costi di smaltimento finale. Il traffico di rifiuti accertato negli ultimi anni è stato stimato in circa un milione di tonnellate, con un lucro di svariati milioni di euro ed un consistente danno all’Erario, per l’evasione dell’ecotassa, oltre, naturalmente, ai gravi danni provocati all’ambiente. Complessivamente venivano deferite all’Autorità Giudiziaria 61 persone, responsabili a vario titolo dei reati di associazione per delinquere, omicidio colposo, lesioni personali colpose, incendio, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsità in registri e notificazioni e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Il G.I.P., esaminate le risultanze investigative, accoglieva totalmente le richieste del Pubblico Ministero, ordinando la custodia cautelare per 15 persone di cui 6 in carcere e 9 agli arresti domiciliari (legali rappresentanti, presidenti di c.d.a., direttori generali, responsabili tecnici, soci, responsabili di laboratorio, chimici e dipendenti delle società coinvolte), nonchè 2 misure interdittive dell’esercizio della professione di chimico e dell’esercizio di uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; inoltre, disponeva il sequestro preventivo di locali adibiti a laboratorio di analisi e di alcuni automezzi utilizzati per il traffico illecito. L’esecuzione dei provvedimenti cautelari è stata portata a compimento nelle province di Grosseto, Bergamo, Caserta, Livorno, Milano, Mantova, Padova, Pisa, Ravenna, Trento e Trieste con il supporto dei Comandi Provinciali Carabinieri e dei N.O.E. competenti per territorio. 10 / 02 / 2010




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